Le Vittime del Dovere nella Storia - Associazione Nazionale LE VITTIME DEL DOVERE D'ITALIA

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Le Vittime del Dovere nella Storia

Noi nella Storia
Dott.ssa Daniela Monaco

LA STORIA DI UNA VITTIMA DEL DOVERE…
GIUSTIZIA DOPO 34 ANNI
***
     La storia che sto per raccontare nasce dall’incontro di due donne che condividono la passione per la Giustizia ed una grande forza d’animo. Nel 2013 un’orfana figlia di una Guardia Giurata, a cui dedichiamo il presente scritto, che chiameremo con un nome di fantasia per tutelare la privacy della famiglia, “Speranza” raccontò la sua storia personale e familiare alla Dr.ssa Daniela Monaco (C.O.A. di Catania) - allieva della Prof.ssa Avv. Paola Todini docente presso la Università Ecampus – e all’Avv. Alessandro Militello che l’ha coadiuvata con dovizia, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umanamente durante il lungo iter istruttorio/burocratico svoltosi presso gli Uffici del Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza.
     Storia umana e diritto, nonché esempio del buon funzionamento degli uffici ministeriali, del lavoro di collaborazione, coordinamento e studio tra la dr.ssa Barbara Rosi appartenente alla Polizia di Stato (Dip. Pubblica Sicurezza), colei che materialmente ha curato la pratica presso il Ministero e della dr.ssa Daniela Monaco (da anni impegnata nella tutela dei diritti delle FF.OO., nonché delle famiglie dei deceduti).
     Speranza, giovane mamma di circa 30 anni, si presentò dicendo di essere una figlia che non aveva conosciuto l’amore paterno; ad un tratto le lacrime agli occhi e il suo volto triste, non lasciavano spazio alle interpretazioni di chi ascoltava…
     La frase di rutine, prima dei saluti, è la solita “… vado a lavoro, ci vediamo più tardi. Ciao…”. Anni ’80, una sera come tante, una giovane famiglia siciliana, composta da una mamma, un papà e una piccola bimba di appena 3 anni. L’immagine della quotidianità, di tutti coloro che ogni giorno sono alle prese con le vicissitudini della vita: un mutuo, le bollette da pagare, i pannolini per la bambina, le festività natalizie che si avvicinano.
    Analogamente a questa realtà, ne serpeggia un’altra, orrenda e fredda, apparentemente distante da tutti noi. L’altra faccia della medaglia, una realtà raccontata dalla cronaca nera, lo spettro orrendo della morte, dei deceduti, dei feriti, di coloro che escono di casa per andare a lavoro una sera come tante altre, che promettono di rientrare non appena finisce il loro turno di servizio ma che, invece, non tornano più. Di tutti coloro strappati brutalmente alla vita, resta il ricordo dell’amore dato e ricevuto, un cappello d’ordinanza, foto sparse o raggruppate in un album, il rumore delle sirene di un’ambulanza che risuona per anni nelle orecchie, le luci blu delle auto della Polizia di Stato o dei Carabinieri, la concitazione selvaggia dei minuti che si susseguono interminabili uno dietro l’altro a catena, nella speranza di conforto, del sentirsi dire: “…sta bene, si è trattato di errore…”. Dopo, non si sente più nulla. Il silenzio piomba di colpo, le luci si spengono, le sirene si allontanano… prima la rabbia, poi lo sconforto… il vuoto. La vita, solo lei, ci impone di andare avanti.
     La storia di questa giovane Guardia Giurata vuole essere un elogio ai tanti, mariti, padri che escono di casa, come tutti i giorni, per non rientrare più; una storia, purtroppo, come tante altre ma che diventa un esempio per tutte le famiglie che hanno e stanno attraversando momenti difficili e dolorosi a causa della perdita, o del ferimento, di un proprio un caro, è un invito a non arrendersi, ad affidarsi alle persone giuste, a non perdere la speranza.
     È difficile chiamare semplicemente “pratica burocratica”, ciò che in realtà è un lungo viaggio tra i ricordi, tra le carte, tra le emozioni; la ricerca di risposte a domande che neanche il più dotto tra gli uomini potrà mai trovare. Una storia che cela un dramma morale ed umano lungo 34 anni che difficilmente potrà essere sussunto in poche righe. La storia di questa GPG, non è molto diversa da altre storie di cronaca nera di quell’epoca, storie di morti rimaste anonime, storie di vite umane spezzate all’improvviso, e di sofferenza tramandata, in questo caso, da una madre alla propria figlia. Cercare il proprio padre tra poche pagine di giornali o scarne relazioni di servizio implica tanto coraggio, soprattutto se di quel padre si conosce il nome ed il cognome e solo per sentito dire si ha la certezza che fosse pure una “brava persona”. Leggere quei pochi atti di indagine (rimanenze di un fascicolo processuale contro ignoti, archiviato e dato al macero), nel tentativo di trovare a tutti i costi la verità, anche questo implica molto coraggio, soprattutto quando quelle carte sporcano la memoria di chi non può né difendersi né tantomeno essere difeso; chiedere alla propria madre di ripercorrere momenti passati di una neo vita coniugale può rappresentare un immenso dolore, tanto da volerlo glissare con il silenzio ed evitare con l’oblio. Nel caso di specie, v’è stata davvero una scarna ricostruzione dei fatti, e lo si evince da un’ancora meno esaustiva relazione di servizio redatta anni dopo la morte della GPG e per soli fini burocratici, nemmeno il dirigente dell’Istituto di Vigilanza al quale apparteneva l’agente in questione, si è degnato di scrivere un paio di righe per narrare la perdita di un proprio dipendente.
     Nel corso dell’istruttoria della vicenda, tengo a specificare umana, in esame sono state analizzate - sia attraverso lo studio della normativa che regola il servizio delle Guardie Giurate, che attraverso articoli di cronaca nera relativi agli anni ‘70/’80 – le problematiche concernenti gli appartenenti agli Istituti di Vigilanza privati, e tale studio si è poi trasformato nella nuda e fredda realtà contenuta in un fascicolo.
      La giovane GPG, in attività di servizio e nell’espletamento delle funzioni di istituto - a bordo della moto d’ordinanza - decideva di controllare il garage di una ditta, dal quale provenivano urla e rumori sospetti. L’agente, accortosi della presenza di un uomo, dal volto coperto, si accingeva a verificare ciò che stava accadendo, e proprio a quel punto il malvivente, rendendosi conto che la GPG gli andava incontro, e non avendo altro scampo, sparava un colpo d’arma da fuoco colpendo e ferendo la GPG, che cadeva dalla moto di servizio ma riusciva, comunque, ad allertare, mediante la propria autoradio, una volante della Polizia di Stato. Gli agenti di Polizia, in breve tempo, si portavano nel luogo della sparatoria e prestavano i soccorsi alla GPG, che assolveva sino all’ultimo momento il suo dovere di Guardia Particolare Giurata. Decedeva, dissanguato, da lì a poco al nosocomio presso il quale fu condotto.
     Ecco la realtà “…ancora un altro morto…muoiono come mosche…”. Ad onor del vero, nel periodo tra gli anni ’70 e ’80, gli uomini in divisa morti ammazzati dalla criminalità - organizzata e comune, terrorismo - non ha avuto precedenti, anche per le modalità di esecuzione degli omicidi; sono proprio quegli anni che hanno segnato irreparabilmente la storia del nostro paese, soprattutto della Sicilia, sino a che nel 2004 il Governo, per tutelare maggiormente i dipendenti pubblici in divisa e coloro che svolgono servizio pubblico, ha ridefinito con interventi normativi mirati lo status di “Vittime” ampliando i benefici spettanti alle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata anche alle vittime di azioni criminose di tipo comune, chiudendo il cerchio della disciplina con gli “Equiparati”; la normativa, inoltre, è stata concepita ed è tutt’oggi considerata strumento per risanare il dolore e le sofferenze subite dai familiari dei deceduti e dai feriti.
     “Vittime del dovere”, non indica solo acquisizione di benefici, di certo questo giovane padre strappato alla vita non tornerà, ma è stato importante non farlo passare in sordina, è stato un modo per farlo tornare in vita, per metterlo in condizioni di fare un ultimo dono alla sua famiglia, e soprattutto ridare speranza a chi da tempo l’ha persa. Lo Stato ci fornisce gli strumenti giusti, noi dobbiamo utilizzarli in maniera giusta, e questo ne è un esempio. “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”. Giovanni Falcone
     Catania 05.12.2015
Dr.ssa Daniela Monaco
C.O.A. di Catania
 
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